L' Autore del manoscritto ha trovato pochi soggetti degni di una
parodia erotica nell' Inferno dantesco ove le feroci passioni abbondano.
Nel Purgatorio e nel Paradiso, invece, a scoperto una ricca fonte di traduzione pornografica!
Sono gli scialbi sentimenti messi in bocca di Virgilio e di Beatrice che ne sono responsabili.
Francesca da Rimini e il Conte Ugolino non possono ispirare che un
rispetto profondo, allora che vorrebbero farci credere che Beatrice e le
altre pulzelle celesti non hanno mai avuto anche un corpo di carne che
esso pure é Opera Divina, malgrado gli abusi che ne fanno gli
uomini.
Grandissimo Poeta é Dante, ma perchè si arroga il potere di giudicare l'umanità intera ?
Una tale intelligenza poteva mai imitare Tommaso d'Aquino sciogliendo
Aristotele nell'acqua santa ?
Un saggio pensa che questa pretesa é ridicola.
Adunque con l'anonimo autore : Ridendo castigamus mores !
Nel mezzo delle coscie d'Annarita
Mi ritrovai per una selva oscura,
La via del pene era smarrita
Verso questa agognata fottitura.
Esta selva selvaggia e aspra e forte
Di lungo pelo mi facea paura,
Le mie dita parevan troppo corte
E trovare il passaggio cosa dura
Fra tanto pelame ai penetrali
E per trovar il ben ch'io vi trovai
Dovetti aver ricorso a modi tali
E non so ben ridir come v'entrai,
Tant'ero pien di fregola a quel punto
Che la verace via abbandonai.
Ma poi che fui presso del culo giunto
Là dove terminava quella valle
Che mi avea di desio il cor compunto,
Guardai in alto e vidi alle sue spalle
Le natiche lontane dalla meta
Che mena dritto il cazzo nella calle
Ove mai entra il raggio del pianeta.
Mi volsi allora a rimirar lo passo
Che già mai trascuro' omo dabbene
Poi ch'ei, posato un poco il corpo lasso,
Riprende via per il piacer del pene.
Sicché, con le dita sempre al più basso,
Frugai bene ogni andito del vello
Finché palpai l'umido radicale
Che distilla l'entrata del cancello
Per favorir l'azione genitale.
Uscito fuor dal pelago alla riva
La fonte ricercai della colata
Cercando d'attizzar la fiamma viva
Come fan quei con la lena affannata.
Cosi' guidato nel peloso sito
Con la test'alta e con rabbiosa fame
Il cazzo penetro' nel luogo ambito
Ove potea soddisfar le sue brame.
Poi giunse il tempo che pender lo face
E vederlo cosi' fu cosa trista
E Anna-Rita non mi dette pace
Volendo quel che volontier s'acquista
Quando si entra là dove il sol tace.
Cosi' fottendo consumai la 'mpresa
Che fu nel cominciar cotanto tosta,
La viziosa apprezzando l'alto effetto
Che fa l'uscire e entrar il chi e il quale
Non parea indegna ad omo d'intelletto
Che, fornicando, aumenta il sale
E s'apparecchia a sostener la guerra
D'un cazzo che ignora la pietate
E quando sceglie i fori mai non erra.
O Priapo divino, or m'aiutate !
Guarda la mia virtu' se l'é possente.
Per questa andata onde li dai tu vanto,
Mezzo secolo ando' sensibilmente
Ben stabilita per lo loco santo,
Ma, se non ho quest'arte bene appresa,
Ben misero saro' in questo letto
Se non cinquanta volte fia raccesa
La fiamma che fa sol il suo diletto !
L'ora del tempo e la dolce stagione
L'entrare e il sortir da quella selva
Di ben sperare mi dava cagione,
Ma la fame di cazzo della belva
Tempero' presto la mia ebbrezza.
Con la paura ch'uscia di sua vista
Ella mi porse tanto di gravezza
E mise il fine a questa storia trista.
Se tu sé lettore a creder lento
cio' ch'io diro', non sarà maraviglia,
ché io che 'l vidi, a pena il mi consento.
Io lo tenea levato in su le ciglia
il cazzo che con fuga ben si lancia
nel conno o altro foro ove s'appiglia.
Col piè in mezzo io avvinsi la pancia,
li deretani a le coscie distese
e miseli la coda tra 'mendue
e dietro par le ren su la ritese.
Ellera abbarbicata mai non fue
ad alber si come esta putta fiera.
Alle mie membra avviticcchio' le sue
che s'appiccar come di calda cera
fossero state e mischiar lor colore.
Né l'uno né l'altro già parea qual era
come procede innanzi da l'ardore
per lo papiro suso un color bruno
che non è nero ancora e 'l bianco more.
Fersi le braccia due di quattro liste
le coscie con le gambe e 'l ventre e 'l cazzo
divenner memra che fuor mai viste.
Cazzo che in conno gentil ratto si prende
quel di costui mi fé piacer si forte
che, come vedi, ancor non m'abbandona.
Lussuria ci condusse ad una morte
che' l troppo fornicar a niun perdona.
Noi leggevamo un giorno stando a letto
cio' che fé Adamo quando Amor lo strinse,
nudi eravamo e senza alcun sospetto.
Per più fiate li occhi mi sospinse
il nerbo eretto e scolorommi il viso,
ma solo un punto fu quel che mi vinse
quando m'accorsi che con un sorriso
mi lasciai penetrar da tanto amante,
impedendo che mai più fia diviso
baciandogli la bocca sua tremante.
A maggior forza ed a maschia natura
Libere soggiacete a quella aria
che cazzo in fica vi fa gran paura.
Pero' se il modo di fotter disvia
In voi é la cagion e vi si cheggia.
Io dolcemente trovero' la via
Pria con dito nel foro che vagheggia
giochero' a guisa di fanciulla
che piangendo e ridendo pargoleggia
e fa finta di non sapere nulla,
salvo che il cazzo del fottitore
volontier lo prende e se ne trastulla.
Di picciol coito pria sente sapore,
Quivi s'infamma e dietro ad esso corre,
Né guida o fren puo' torrer suo amore
Se tu non sai il fine ad ella imporre,
ché la golosa per chiavar concede
pure quel gran fedire ond'ella é ghiotta;
di quel si pasce e piu' altro non chiede.
Ben puossi veder che tale condotta
E la cagion che l'omo ha fatto reo
E non Natura ch'in ello sia corrotta.
I' mi volgea per veder ov'io fosse
quando una donna disse : "Qui si monta ! "
che da ogni altro intento mi rimosse
e fece la mia voglia tanto pronta
di fornicar, chi era che parlava,
che mai non posa se non raffronta.
Ma come il cul che nostra vista prava
e per soverchio sua entrata cela,
cosi' la mia virtu' quivi mancava.
"Questo é lascivo spirito, che ne la
via da ir su' lo drizza senza prego
e trapassar le natiche anela.
Si' fa come me, come l'uomin fan sego
ché quale aspetta prego e l'uopo vede
malignamente gia' si mette al nego.
Or accordiamo a tanto invito il piede;
procacciam di chiavar pria che s'abbui
ché si fornica meglio se si vede."
O Virtu' mia, perché si' ti dilegue?
fra me stesso dicea, ché mi sentiva
la possa del mio cazzo posta in triegue
e, malgrado la voglia, non saliva
verso l'entrata ov'eravamo affissi
pur come nave qu'a la piaggia arriva.
Ed ella a me :"L'ardor del pene scemo
del suo poter qui ritta si ristora,
qui ribatti il mal tordato remo,
ma perché meglio tu chiavi ancora
volgi il desio a me e prenderai
molto piacere nella mia dimora."
Lo naturale é sempre senza errore
e non pensar chiavar per malo obietto
o per troppo o per poco di vigore,
mentre ch'elli é in potta ben diretto
o nel culo se stesso si misura,
esser non puo' cagion di mal diletto.
ma quando di mal si torce, o con piu' cura
o con men che non dee metti il tuo pene
senz'olio a favorir la fottitura,
qui compredere puoi che ti convene
d'usar con prudenza tua virtute
e ogni operazion che ti fa bene.
Ora puoi sempre per la tua salute
chiavar e al tuo subietto volger viso,
con amor, non odio, potte son tute
perché intender non si puo' diviso
l'ultimo piacer lontan dal primo
e d'ogni disio l'effetto é deciso.
Resta se chiavando bene stimo
che il cul che s'ama é del prossimo ad esso
piacer da in tre modi, non nel limo
a chi per esser buon vicin dappresso
spera eccellenza sol per quanto brama
che sia di sua grandezza in culo messo
onde s'attrista si' che il contrario ama
questo triforme amor qua giu' di sotto
si gode, or vo che tu de l'altro intende
se adopri il pene in ordine corrotto.
Ciascun confusamente ben l'apprende
nel qual si scaldi l'animo e disira
e di goder di lui ciascun contende.
Se troppo ardor per fottere ti tira
O a non pagar la tua meretrice
poi con troppo penar te ne martira.
Nulla potta puo' far l'omo felice
Se sua lubricita' non é la buona
Semenza d'ogne buon frutto e radice.
Chi troppo a chiavar s'abbandona
s'espone a patir mali soverchi,
ma come tripartito si ragiona
dovra' guarnire il cazzo di tre cerchi.
O voi ch'avete li coglioni sani
mirate la puttana che s'asconde
sotto il velame e con modi strani
vi fa abbassar per le torbid'onde
il cazzo con un suon pien di spavento
e fa tremare amendue le sponde
del culo donde esce si gran vento,
impetuoso pei lascivi ardori
che fier la selva e senz'alcun rattento
abbatte i rami entrando dentro i fori
ove ognuno entrerebbe superbo.
Il viso su per quella Taide antica
io sciolsi gli occhi e, mostrato il nerbo,
baciato fu dalla venale amica
benché recalcitrante sulla soglia
a cui non puo' il fin mai esser mozzo.
Volendo far crescere un po' la voglia
le dissi, come per darle di cozzo,
volgiti indietro e tien lo viso chiuso
ch'e' cosi' brutto e s'io il vedessi,
nulla mai cazzo potria tornar suso.
Si volto' scuotendo le chiappe grasse
menando la sinistra innanzi spesso
e sole le sue coscie parean lasse
quando m'accorsi dove l'aveo messo!
Ah quanto mi parea pien di disdegno!
Venni alla porta e con una verghetta
l'apersi che non v'ebbe alcun ritegno
io stando saldo suso sulla vetta
dentro l'entrammo senza alcuna guerra
e io ch'avea di riguardar disio
la condizion che tal fortezza serra.
Com'io fui dentro, l'occhio intorno invio,
o piacer sommo, che per questi giri
mi volvi, cominciai, come a te piace
chiavando soddisfammi à miei disiri,
su questo letto ove il tuo corpo giace.
Ed ella a me : tutti saran saziati
quando con lussuria qui torneranno
i vizi che tu credi aver lasciati
che l'anima col corpo morta fanno.
Pero' a la dimanda che mi faci
quinc'entro satisfatto sarai tosto
e a quel disio che ancor tu mi taci.
Ed io : puttana, non tegno riposto
a te il mio cazzo e non per chiavar poco
e tu non m'hai a cio' ben disposto.
Piacciati di restare in questo loco,
la tua loquela mi fa manifesto
che di viziosa patria sei natio
ove piacer di cul non é molesto!
Subitamente dal suo ano uscio,
al pié del picciol letto m'accostai
temendo ingiuria o peggio al cazzo mio.
Ella mi disse: volgiti, che fai ?
Se come penso é già ben dritto
dalla cintola in su tutto il vedrai.
Io avea già il mio viso nel suo fitto
ella s'ergea col petto e con la fronte
come aver il chiavar in gran dispetto,
ma le dotte man della putta e pronte
pinsero il cazzo dove volea lui
dicendo : le parole tue son conte.
Come dentro i suoi pié commodo fui
guardommi un poco e con ton sdegnoso
disse : ben fotevan li maggiori tui.
Sendo di fornicar desideroso
non lo negai ma tutto gliel'apersi
il conno e il cazzo glie lo spinsi in soso
e mi rimpinzai di piacer diversi.
.....................colui che volse il sesto
per l'estremo chiavar e destro ad esso
distinse tanto il culo e manifesto
non poté il pene si' fare impresso
in tutto l'Universo, che il suo nerbo
non rimanesse in infinito eccesso.
E cio' fa' certo che il conno superbo
che fu il disio di ogni creatura
per non aspettar cazzo cadde acerbo
e quinci appar ch'ogni minor natura
é corto ricettacolo a quel bene
che non ha fine e si' con se' misura.
Io veggio ben il rutto che m'accenna
ma il cazzo ch'ella aspetta il come e 'l quando
del dire e del tacer,si sta, ond'io
contra il disio,fo ben ch'io non dimando.
Per ch'ella,che vedea il disio mio
nel veder di colui che tutto vede
mi disse : (( Solvi il tuo caldo disio)).
...............................
Io stava come quei ch'n se repreme
la punta del disio e non s'attenta
di domandar; si' del chiavar si teme.
E la maggiore e la più luculenta
di quelle belle putte innanzi fessi
per far di se la mia voglia contenta.
Poi dentro a lei udii : Se tu vedessi
come la voluttà che tra noi arde
i tuoi voleri sarebbero espressi,
ma peché tu chiavandomi non tarda
nell'altro foro,io saro' ben disposta
a lasciarti entrar dove ti riguarda !
Una grande usura tanto non si tolle
contra il piacer del cul,quanto quel frutto
che fa il cor delle monache si folle
che quantunque adoprato guarda tutto
cio' che la gente a Venere dimanda
non di parenti, ne' d'altro più brutto.
La carne de' mortali é tanto blanda,
che sol non basta buon cominciamento,
che da piacer e poi spasmo commanda.
La dolce donna dietro a lei mi pinse
con un sol cenno su per quella scala
si' suo disio la mia natura vinse
ne' mai qua giù dove si monta e cala
lubricamente, fu si' ratto moto
ch'agguagliar si potesse a la mia ala.
S'io torni mai,lettor,a quel ben noto
triunfo al quale io penso spesso
li miei coglioni e il cazzo mi percuoto,
tu non avresti in tanto tratto e messo
in potta il dito,in quant'io vivi 'l segno
che segue il rutto e fui dentro con esso.
O gioiose putte,o conno pregno
di gran piacer,del quale io riconosco
tutto del mio cazzo il suo ingegno
con voi nasceva penetrando vosco
come generator di mortal vita
quando io sentii di prima l'aer fosco
e poi quando mi fu grazia largita
d'entrare ove la lussuria gira
e permette a' piaceri la sortita.
A voi carnalmente ora sospira
il corpo mio per acquistar virtute
col cazzo forte che a se' lo tira.
(Tu se' si presso a l'ultime fottute)
comincio' Beatrice,(che tu dei
aver le voglie chiare e acute.
E pero', prima che tu più t'inlei,
rimira in giù e vedi il foro tondo,
sotto li piedi già fremir lo fei
si' che il nerbo quantunque più giocondo
si presenti all'entrata trionfante
ché la più lieta cosa è nel mondo.)
E sette volte mi si dimostraro
come valenti i cazzi e son veloci
quando si trovano nel buon riparo
delle potte che li fan tanto feroci.
E' Beatrice quella che mi scorge
col pene in suso si' decentemente
e con leggera mano ben s'accorge
e se convien per fotter dolcemente
lo mette nel fesso ov'io spesso entrai,
non per lussuria, ma piacer parvente
che cosi' l'arte di fottere chiamai
e nol direi che mai s'immaginasse
poter dar sguardo à cio' che bramai.
E se le fantasie nostre son basse
a tanta altezza non é maraviglia
che sopra 'l cul non fu occhio ch'andasse.
-----------
Qual verginella che le coscie spazia
prima piangendo e poi tace contenta
da l'ultima dolcezza che la sazia,
tal mi sembro' Beatrice de l'emprenta
de l'eterno piacere al cui disio
ciascuna cosa qual ella é diventa.
Ond'io se'l mio disio dee aver fine
in questo tondo e angelico templo
che sol piacere estremo a per confine
udir convienmi ancor come l'exemplo
e esemplar non chiavano d'un modo,
che io indarno a cio' contemplo.
(Se li tuoi diti non sono a tal modo
sufficienti,non é meraviglia;
tanto per fornicare è fatto sodo!)
Cosi' la Donna mia;poi disse ( Piglia
quel ch'io ti dicero',se vuoi saziarti,
ed intorno alla potta t'assottiglia.)
Vergin putta olente come giglio
di disio piena più che creatura
a maschio ardore sei di buon consiglio.
Tu sé colei che l'umana natura
fece per soddisfare il fottitore
che apprezza come val la tua fattura.
Nel ventre tuo riscalda l'amore
che a cazzo sodo da sempre la pace
per poscia germinar nuovo furore.
La tua lascività non puo' soccorre
a chi domanda,ma molte fiate
liberamente al dimandar precorre
quantunque in creatura è di bontate.
Vinca la tua guardia i sentimenti umani,
chiava Beatrice con questi beati
che pé li tuoi pregi tendon le mani !
Li occhi d'amor diletti e desirati
fissi nel chiavator ne dimostraro
che i lussuriosi preghi le son grati.
Indi i valenti cazzi si drizzaro
verso quel ove si crede s'invii
in creatura di disio si chiaro.
Ed io che al fin di tutti i disii
appropinquava, si' com'io dovea
l'ardor del desiderio in me finii
e mi ricorda ch'io fui più ardito
per penetrarla siccome ch'i giunsi
col cazzo mio e valore infinito.
Oh supremo piacere ond'io presunsi
ficcare il dito nella potta eterna
tanto che la veduta vi consunsi!
Nel suo profondo vidi che s'interna
legato con amore in un volume
cio' che nell'Universo si squaderna
in strano modo, sostanza e costume.
Ad altra fantasia qui manco' possa
ma già tornava il desiderio e il velle
che la sua potta fusse ancor percossa
finche' dura il Sole e l'altre Stelle.
Al benevolo Lettore
Se legger queste sacre porcherie
ti procura un intimo diletto,
disprezza ridendo le dicerie
de' puritani ben più porci a letto.
Al modesto Autore dà un saluto
che 'l grugno suo non é mai stato muto ?
CONTATTO
Se un solo lettore apprezza queste vecchie parodie dell Inferno, il pigro trascrittore potrebbe ricopiarne altre
del Purgatorio e, soprattutto, del Paradiso che sono le più piccanti.
altrimenti:
Povera e nuda va la Parodia
dice la gente sol a fotter intesa,
pochi lettori avrà su questa Via.